Intervista a Carlo Massarini

BMM: Allora Carlo, raccontaci come avvenne l’incontro con Marley.
CM: Fu nel 1977, nel giugno 1977 a Londra, durante l’esilio di Bob in Inghilterra. La Island Records mi aveva procurato dei biglietti per il concerto al Rainbow ma l’aereo sul quale viaggiavo era in forte ritardo così arrivai un paio d’ore dopo. Fortunatamente, una volta arrivato sul posto, incontrai Chris Blackwell che mi fece scendere giù di sotto dove si trovava Bob… me lo trovai davanti a un metro da me. Passai quindi dalla disperazione per essermi perso il concerto alla gioia di avere Bob davanti. Lo seguii per i successivi 3 concerti al Rainbow e scattai numerose fotografie. Un giorno, insieme ad alcuni amici, decisi di fare un giro per Londra, lì dove immaginavamo che Bob abitasse. Non che ci aspettassimo molto da quel tentativo, sicuramente non quello che accadde in realtà. In una stradina di Chelsea vedemmo un Rasta scendere da una BMW e infilarsi dentro a un portone. Allora ci siamo avvicinati e abbiamo bussato. Ci hanno aperto la porta, abbiamo fornito le nostre credenziali come giornalisti italiani e Bob era lì. Mi sono presentato e lui mi ha stretto la mano. Ho sentito come una scossa che mi è arrivata fino al cervello. Marley era un uomo che emanava una grande energia. Ci siamo dati appuntamento per il giorno dopo, per fare una partitina di calcio nel parco e così l’indomani mattina ho giocato a pallone con Bob Marley!

BMM: Dici davvero?
CM: Certo, Bob era pure bravo, giocava ala destra. Fece un gol bellissimo, in mezza rovesciata.

BMM: Era già avvenuto l’episodio dell’infortunio?
CM: No, quello è successo dopo. Sempre durante una partita di pallone si fece male al dito del piede destro e poi sappiamo tutti come è andata a finire.

BMM: Fu l’unico incontro con lui?
CM: No, la sera stessa mi rilasciò una lunga intervista, molto spirituale; parlò poco di musica, più che altro parlò di fede, di Bibbia, di religione. Poi si allontanò per fare della meditazione e mi lasciò in compagnia di un fratello, mi sembra Neville Garrick, con il quale continuai a discutere a lungo. Bob era realmente un uomo molto spirituale, per lui leggere la Bibbia era consuetudine quotidiana. Quell’intervista la registrai e la conservo ancora.

BMM: E’ vero che fumava dosi monumentali di marijuana?
CM: Oh si, una cosa enorme. Sai, per lui era un rito ‘religioso’, un mezzo per raggiungere una sua lucidità… certo, non la lucidità di un Bill Gates, non una lucidità da scienziato… è lo stato di lucidità di chi si fa le canne, un misto di percezione e di annebbiamento… non la nebbia della Val Padana, ma la nebbia della ganja (ridiamo)

BMM: Fumare così tanto non lo rendeva meno ‘presente’?
CM: Forse, per paradosso, a quei livelli proprio smettere di fumare lo avrebbe reso meno lucido. Non vorrei però dare l’idea che fosse una specie di zombie che si trascinava…

BMM: In questo numero del nostro magazine parliamo dei concerti che tenne in Italia nel giugno del 1980. Che ricordo hai di quell’avvenimento?
CM: Ero in Sardegna a fare il militare, chiesi una licenza di 2 giorni e andai a vedere i Wailers a Milano e a Torino. A Milano riuscii a vedere poco, c’era troppa gente, io mi trovavo in una posizione decentrata rispetto al palco che tra l’altro era altissimo. Milano fu un concerto più politico, sai, erano ancora anni ‘caldi’ in Italia mentre lo spettacolo di Torino si rivelò più rilassato, più riflessivo.

BMM: C’è una canzone che preferisci di Marley?
CM: No, ad essere sincero no… direi tutte e nessuna, qualcuno può essere legata a particolari momenti della mia vita… comunque direi di no

BMM: Quando hai scoperto il reggae?
CM: Nei primi anni ‘70 conducevo ‘Popoff’ e misi su dei pezzi di “Natty Dread”, fu allora che conobbi la musica di Marley.

BMM: Ti sei mai chiesto come mai un uomo libero ed emancipato come Bob potesse adorare un personaggio ambiguo come Haile Selassie?
CM: Haile Selassie era l’uomo che aveva battuto Mussolini, quindi era l’emblema riuscito della resistenza ai bianchi e il simbolo dell’unità africana. Questo creò una sua immagine che rappresentava qualcosa di importante per la gente di colore. Vedi, noi occidentali consideriamo Haile Selassie come uno dei tanti dittatori africani ma come ho detto prima Bob era uno ‘studioso’ delle Sacre Scritture e lì aveva trovato la giustificazione all’idea che Haile Selassie fosse Dio. E poi c’era stata la profezia di Marcus Garvey: quando un Re nero sarà incoronato il momento della liberazione sarà giunto per i neri. Quando Haile Selassie visitò la Giamaica, nel 1966, trovò migliaia di Rasta ad accoglierlo come il Salvatore. Lui si spaventò molto e pensò: “Okay, ora torniamo indietro” (risate)

BMM: Hai portato Rita Marley e molti dei suoi figli in Italia qualche anno fa per un festival. Esprimi un giudizio su di loro
CM: Li ho conosciuti per un paio di giorni, è difficile…. Loro sono un pò chiusi nei nostri confronti, loro sono dei Rasta mentre io ero un povero bianco e perlopiù di Roma: il Papa e Mussolini in un colpo solo. Hanno una sorta di alterigia culturale per il fatto di essere Rasta… I figli di Bob sono solo dei musicisti, non è detto che i figli debbano per forza seguire le orme dei padri. Di persone come Marley ne nasce una ogni generazione. Ziggy aveva avuto molto credito in Giamaica qualche anno fa, poi il credito si è dissolto non appena ci si è resi conto che lui non era il padre, che andava facendo cose diverse.

BMM: Come consideri la produzione postuma di Marley, in particolare il fiorire di remix più o meno utili che le case discografiche hanno riversato dal giorno della sua morte? E poi perchè questa moda di resuscitare digitalmente i morti ha preso di mira principalmente Bob?
CM: Innanzitutto perchè Bob era una grande cantante e un grande compositore: basta isolare la sua voce per ottenere già un gran pezzo. Poi la consapevolezza che ha lasciato le cose a metà… è come un modo per continuare la sua opera. Il reggae inoltre, è una musica ‘aperta’ anche proprio come tempi musicali, si presta molto alla contaminazione con altre musiche. Non per niente i remix in circolazione spaziano dall’hip hop all’house, al jazz, al rap…

BMM: Perchè il messaggio di redenzione portato dal reggae non ha mai attecchito negli Stati Uniti, dove pure la comunità nera è numerosa e incazzata al punto giusto?
CM: Non è vero che il reggae non ha attecchito negli Stati Uniti. Ricordo nel 1975 ad un party a San Francisco dove c’era pure Paul McCartney che già si suonava un sacco di musica reggae. Più che il reggae è la religione Rastafari che non ha fatto breccia, non può fare breccia nel paese del profitto! Cosa vuoi che gliene freghi agli americani del Rastafari. Se Marley avesse voluto avrebbe potuto realmente sfondare, bastava fare l’inno alla Pepsi Cola…. (risate). E poi comunque il rap è parente stretto del reggae, derivando dal ragamuffin. Si può dire che il reggae è il rap di Kingston. Reggae e Rastafari sono due cose molto legate, non sarebbero potute diventare la musica dei neri americani, è troppo lontano dalla loro vita. Non si può esportare un prodotto tipicamente locale come il reggae in una realtà così diversa come quella americana.

BMM: Carlo, ti ringraziamo per la pazienza che hai avuto e per il tempo che hai sottratto al tuo preziosissimo lavoro. Lasciaci dire ancora una cosa. Se non ci fosse stato Carlo Massarini il nostro amore per Bob Marley e per la musica in genere non sarebbe lo stesso. Non dimenticheremo mai quando spiegavi a “Mister Fantasy” il modo di ballare e di cantare di Bob Marley, la sua posizione ‘come inchiodato alla croce’ con le braccia aperte, tese o la sua richiesta del controcanto in “Get up stand up”, retaggio di tradizioni musicali africane. Tu ci spiegava tutto questo dalla televisione e noi li, davanti allo schermo, in adorazione. Sei stato la chiave per arrivare a ‘capire’ Marley e il suo messaggio. Non ti ringrazieremo mai abbastanza per questo.
CM: Sono contento, è un pò un testimone che passa di mano in mano: qualcuno aveva spiegato a me qulle cose, io le ho spiegato a voi, voi le spiegherete ad altri col vostro magazine… L’importante è tenere vivo il ricordo di Bob Marley!

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4 thoughts on “Intervista a Carlo Massarini

  1. bellissima, non l’avevo mai letta prima

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