Luglio 21, 2009
(Bunny Wailer al Sunsplash 2009: foto Luca Sgamellotti)
Sunny Vibes si è riposato durante la sedicesima edizione del Rototom Sunsplash mentre vari contributi sui concerti e le sessions delle Reggae University apparivano direttamente sulla pagina principale ad opera di ottimi scrittori come David Katz, Klaus Winter e Pete Lily ed Ellen Kohlings della rivista Riddim. Dei problemi riguardanti gli eccessi di zelo di forze dell’ordine e corpi vari mandati da chi vuole fortemente sabotare il festival avrete sicuramente letto sul sito con i saluti finali del presidente dell’associazione che organizza il festival Filippo Giunta. Attenendoci a giudizi squisitamente musicali crediamo che il festival abbia avuto un bilancio notevolmente positivo con alcuni momenti assolutamente straordinari.
Questo festival numero sedici sarà sicuramente ricordato per la regale presenza di Bunny Wailer, l’unico sopravvissuto dei Wailers di Bob Marley e Peter Tosh e, come ha dimostrato, la vera incarnazione dello spirito di quella immensa esperienza musicale. Di Bunny sapevamo che aveva vinto i preconcetti contro gli orrori dell’Italia fascista in Etiopia e che aveva deciso a sorpresa di donare tutto il suo compenso in beneficenza. Ci spaventava la possibilità di trovarci di fronte al momento dell’arrivo una superstar egomaniaca e scostante: abbiamo trovato invece un grande uomo, piacevolmente colpito dall’atmosfera del festival, compiaciuto della grande attenzione nei suoi confronti e paziente ed articolato con tutti i rappresentanti dei media che lo hanno incontrato.
Chi vi scrive non lo aveva mai visto all’opera dal vivo ed è rimasto colpito di come Bunny sacrifichi la sua esperienza solista relegandola nella prima parte del concerto per portare al pubblico l’emozione autentica ed intensa della musica dei Wailers con una lunga serie di brani dagli anni formativi a Studio One fino ai classici di Bob Marley e Peter Tosh. Anche la sua presenza alla Reggae University insieme a Chris Blackwell è stato un momento storico per il festival: anche il piccolo battibecco a cui molti hanno assistito tra Blackwell e Wailer è assolutamente sintomatico di alcuni temi importanti della storia del reggae e genera nei testimoni dei giudizi controversi che comunque vogliamo rispettare. Chiudiamo l’argomento dicendo che Bunny Wailer si è rivelato autentico portatore dello spirito del reggae che amiamo e cioè un uomo che ha subito una sradicazione, è cresciuto nel ghetto senza una vera educazione ma è comunque l’orgoglioso emblema vivente di una cultura che ha inculcato un modo di vita in milioni di persone accomunandole nel sentire la sofferenza ed il desiderio di riscatto.
Un altro momento unico che ha visto un personaggio apparentemente ‘esterno’ alla cultura del reggae entrare perfettamente nello spirito del festival è stato l’arrivo di Michael Franti: l’artista californiano stava mettendo in scena un grande concerto quando ci si è messa la pioggia a cercare di rovinare tutto. Quello che invece è successo è che Michael ha continuato a suonare con grande gioia in condizioni molto critiche e condividendo la pioggia con i relativamente pochi scatenati che resistevano sotto al palco. Questa situazione ha creato una atmosfera molto emozionante con al termine l’artista sceso in mezzo alla gente in un abbraccio collettivo quasi commovente. Questo finale di concerto è stato veramente un momento da brivido. A sorpresa Michael ha portato come parte del suo spettacolo l’eccezionale voce di Cherine Anderson, grande cantante giamaicana legata a Sly & Robbie che hanno lavorato con Franti in occasione della registrazione in Giamaica dei suoi ultimi due CDs. Come acts di supporto rispettivamente di Freddie McGregor e Buju Banton abbiamo avuto sempre a sopresa altri nuovi personaggi della scena giamaicana come Laden, Chino e Delly Ranks e questo ha in qualche modo bilanciato l’assenza di nuovi artisti dall’isola del reggae al festival.
Sly & Robbie hanno dato spettacolo anche se la loro presenza è stata finalizzata a fornire il propellente musicale a Bitty McLean: anche il cantante di Birmingham è apparso se possibile ancora maturato rispetto alla sua precedente esibizione al festival. Altri momenti memorabili sono stati i grandi concerti di vecchie glorie dal passato come Horace Andy, Freddie McGregor, Steel Pulse, Congos, Linton Kwesi Johnson, Third World e Twinkle Brothers, Anche Tiken Jah Fakoli ha messo in scena uno spettacolo eccezionale anche grazie alla sua band straordinaria. Groundation come al solito non hanno deluso ed hanno avuto la reazione maggiore della gente alla loro quarta apparizione consecutiva, segno che la loro musica ha visto un compatto seguito crescere nel corso degli anni anche grazie ai loro bellissimi concerti degli scorsi anni qui al festival.
Sul versante degli artisti della scena giamaicana più o meno contemporanea abbiamo avuto ottime conferme da Anthony B e Junior Kelly e metteremmo insieme a questi due anche l’ormai ‘giamaicano Alborosie: Capleton non si è risparmiato ma il suo spettacolo ha evidenziato un po’ la mancanza di nuovo materiale e di nuovi stimoli ispirativi. Da Buju Banton ci aspettavamo qualcosina di più soprattutto visto l’interesse per il nuovo ritorno al roots di ‘Rasta got soul’ mentre l’esibizione senza band di Beenie Man è stata un diversivo interessante che ha permesso di risolvere una situazione disperata (a causa dell’annullamento di un volo la band non è riuscita ad arrivare) ma ovviamente non si può paragonare ad un’esibizione ottimale del ‘re della dancehall’.
Anche da Ali Campbell chi vi scrive si aspettava un pelo più di energia anche se è stato bello sentire le sue versioni ineccepibili di classici degli UB40. Impossibile non menzionare anche la linea evolutiva dello ska con l’apertura maestosa di Skatalites ed i bei concerti di Ska-J, New York Ska Jazz Ensemble e Aggrolites. La lista dei concerti degni di menzione sarebbe ancora lunga e saremmo felici di vedere anche svariati vostri commenti in calce a questo articolo.
La vittoria dello svizzero Junior Tshaka con il suo reggae acusticheggiante in francese è stato l’epilogo dell’European Reggae Contest 2009: il principale contest per i gruppi emergenti reggae europei ha visto un grande aumento negli artisti partecipanti e nella partecipazione di pubblico e votanti. Mentre la Svizzera torna al successo dopo l’exploit dello scorso anno di Elijah & Dubby Conquerors sono i giovanissimi pordenonesi Mellow Mood a vincere la parte italiana del contest. Ci sentiamo di dire che gli sforzi degli organizzatori e del network di festival reggae europei coinvolti hanno migliorato la gestione della gara attenuando alcuni problemi organizzativi evidenziati nelle scorse edizioni.
Ho già citato un grande momento della Reggae University con Bunny Wailer e Chris Blackwell insieme a rispondere alle domande degli esperti e del pubblico. Le ‘lezioni’ di quest’anno hanno visto ancora una volta un grande interesse nella cultura della nostra musica e grandi momenti come per esempio Linton Kwesi Johnson e Carolyn Cooper insieme ad evidenziare il potere della parola poetica nel reggae o la genuinità di due veterani come Lone Ranger e Carlton Livingston. L’assenza di Michael Veal ha poi creato un interessante diversivo con Ward 21 a raccontare la loro esperienza di artisti e produttori ed a scherzare con il pubblico.
Gli impegni di chi vi scrive erano tali per cui era impossibile presenziare alle varie dancehalls dopo i concerti: ho notato però sempre alti livelli di eccitazione e divertimento nel pubblico più instancabile ed ottime selezioni da parte dei sounds e dei selecters.
La ‘Showcase area’ e la ‘Dub room’ nelle ore notturne costituivano una ottima alternativa alla Dancehall Yard’ per chi prediligeva una distanza minore tra selecters ed artisti e pubblico, un minor hype, una maggior concentrazione nel ballo ed una maggior scelta sui generi. Questo piccolo esempio la dice lunga sulla grande offerta del festival che sposta ogni anno sempre di più la centralità di Main Stage e Dancehall Yard a favore di una grande quantità di eventi secondari ma di grande livello. Vorrei chiudere questo articolo salutando e ringraziando tutti coloro che hanno suonato e si sono esibiti nelle situazioni ‘marginali’ del festival e non cito ovviamente per limiti di spazio.
Pier Tosi
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