Nine Mile, il mausoleo del mito Bob Marley
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Giamaica Polvere e miseria, polli e capre, bambini che per qualche centesimo intonano le sue canzoni
Suonate il clacson e vi sarà aperto. Il mausoleo di Bob Marley, il re del reggae scomparso a 36 anni per un tumore, un' icona globale, più di 200 milioni di album venduti, è in un fortino custodito da stravaganti sacerdoti rasta nel villaggio di Nine Mile, nel cuore del Cockpit, la regione più selvaggia della Jamaica. Polvere e miseria, polli e capre, bambini che per qualche centesimo intonano in coro le sue canzoni e venditori di ganja, la marijuana, che mette in relazione con Dio secondo il rastafarismo, la religione professata da Marley. Sulla collina rocciosa un murales ritrae Hailé Selassié, l' imperatore d' Etiopia, la terra promessa. Nel cortile un cartello avverte che fumare droga è illegale nell' isola. Diceva Marley: «Io non uso droga, fumo erba» e naturalmente tanti pellegrini si accendono uno spinello, pronti per l' omaggio a quell' anima ribelle che si schierò contro l' oppressione politica e razziale. «Qui non siamo in Paradiso, ma all' inferno - cantava -. Predicatore non dirmi che il Paradiso è sottoterra. Bruceremo tutto il marcio, stanotte». Le guide accompagnate da una pittoresca band ( nella foto ) rievocano le canzoni di Marley («Get Up Stand Up», alzatevi, tiratevi su, fate valere i vostri diritti) e poi conducono alle povere stanze dove Robert Nesta Marley nacque nel 1945 e visse da ragazzino, prima di andare nella capitale Kingston, e dove poi tornò ormai celebre. Qui c' è il rock pillow, il cuscino di pietra dipinto con i colori rasta su cui poggiava il capo in cerca d' ispirazione, là c' è la tomba di Cedella, la mamma. Il cantante riposa con la sua chitarra in un alto mausoleo di marmo al centro di una piccolissima chiesa in stile etiopico dove si entra a piedi scalzi e si accende un cero. Il 6 febbraio erano in tanti per ricordare, come ogni anno, il suo compleanno, ascoltando musica tutta la notte. Per chi vuole osare di più, il pellegrinaggio continua nella violenta Kingston, la Nashville del Terzo Mondo, nel sobborgo di Trenchtown, dove Marley imparò a suonare fra degrado e disperazione - «è ovunque, è qualsiasi ghetto di qualsiasi città, il luogo da cui vengono tutti i diseredati» -, e al Bob Marley Museum, nella zona residenziale, nella casa dove poi si trasferì. L' evento dell' estate, in agosto, è invece a Montego Bay per il Jamaica' s Reggae Sumfest, quattro notti di musica per le strade e sulle spiagge. Il mito di Bob Marley è stato celebrato anche all' ultimo festival di Berlino con «Marley» di Kevin Macdonald. Dopo la rinuncia di Scorsese a girare un film sulla vita del cantante, e in attesa di sapere se ci riuscirà Jonathan Demme, questo documentario ha avuto l' appoggio perfino della vedova Rita che litiga con tutti perché si considera l' unica depositaria dell' eredità del marito. Aria litigiosa anche in casa dei Wailers, la formazione fondata da Bob Marley: insultandosi in nome della amicizia con il compianto, si sono divisi in due formazioni, quella degli Original Wailers di Junior Marvin e Al Anderson, che nel 2011 erano venuti a Roma all' Alpheus, e quella del bassista Aston «Family Man» Barrett, spesso sul palco con il leggendario Lee «Scratch» Perry, 76 anni. Ieri nella Capitale il Rising Love ha ospitato il trombonista Rico Rodriguez, 77 anni, altro grande vecchio del reggae (dalle influenze jazz) della Jamaica, mentre all' Atlantico c' era Sizzla, considerato l' anima più inquieta del nuovo reggae, il Dancehall, una sorta di rap caraibico che tratta di sesso, violenza e droga, una musica dura attraversata a volte da omofobia. «One Love - era il motto di Bob Marley - siamo una sola razza, la razza umana. E una sola famiglia». Ma capita a volte di ritrovarsi dei parenti serpenti. RIPRODUZIONE RISERVATA