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Bob Marley Sezione Discussioni sul pi? grande artista del XX Secolo
Description: Le Radici del Reggae, RASTA MARLEY.

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Old 26-05-09   #31
bestjamaica
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Re: RASTA MARLEY Le radici del Reggae IL NUOVO LIBRO

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Originally Posted by maurizio View Post
meglio! qui ? un p? un kasino

beh quanto sia meglio nn so... un mio amico lavora da anni a Barcellona e vive la e mi ha detto che sono molto razzisti anche verso gli italiani e che anche spostandosi in altre zone della Spagna (tipo Madrid) ? anche peggio di Barcellona.... boh.. io ci son rimasta male perche non pensavo che gli spagnoli fossero cosi..
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NadJah

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Old 26-05-09   #32
maurizio
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Re: RASTA MARLEY Le radici del Reggae IL NUOVO LIBRO

razzisti ce ne sono ovunque! ? un virus che gira nel mondo!
ora poi cos? ben rappresentati da mafionazisti ? il minimo che non siano visti bene,
in quanto a libert? di stampa o efficenza della giustizia siamo agli ultimi posti al mondo, l'istruzione e la ricerca sempre peggio, cementificazione pro capite siamo primi, cellulari a testa pure, anch'io sono razzista con la razza italiana!
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irenzo (26-05-09)
Old 26-05-09   #33
bestjamaica
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Re: RASTA MARLEY Le radici del Reggae IL NUOVO LIBRO

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anch'io sono razzista con la razza italiana!
bella questa frase!
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NadJah

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Old 26-05-09   #34
maurizio
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Re: RASTA MARLEY Le radici del Reggae IL NUOVO LIBRO

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Originally Posted by bestjamaica View Post
bella questa frase!
beh la uso da vari decenni!
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Old 26-05-09   #35
fabio
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Re: RASTA MARLEY Le radici del Reggae IL NUOVO LIBRO

------UNA PARENTESI ------
? L’Unit? d’Italia ? stata, purtroppo, la nostra rovina economica. Noi eravamo, nel 1860, in floridissime condizioni per un risveglio economico, sano e profittevole. L’unit? ci ha perduti. E come se questo non bastasse, ? provato, contrariamente all’opinione di tutti, che lo Stato italiano profonde i suoi benefici finanziari nelle province settentrionali in misura ben maggiore che nelle meridionali. ?
(Giustino Fortunato, 2 settembre 1899, lettera a Pasquale Villari)



---------il dramma di questo paese ? iniziato ? iniziato con il Risorgimento..--------------
La dichiarazione del Regno d'Italia avviene il 17 marzo 1861. Il nuovo regno manterr? lo Statuto albertino, la costituzione concessa da Carlo Alberto nel 1848 e che rimarr? ininterrottamente in vigore sino al 1946.
Molti e gravi furono i problemi che il nuovo stato unitario dovette affrontare e tra questi il pi? rilevante fu quello del cosiddetto "brigantaggio meridionale".
Sebbene la storiografia risorgimentale avesse ripreso l'iniziale definizione di brigantaggio usata dallo stesso governo del Regno d'Italia per mascherare agli occhi degli stati europei le gravi difficolt? della avvenuta unit?, una pi? attenta storiografia ha rivelato come in effetti si trattasse di una vera e propria guerra civile (1861-1865) nata nel Sud Italia in seguito all'invasione dell'esercito piemontese, dopo la spedizione garibaldina e l'annessione del Regno delle Due Sicilie al Regno d'Italia.
Che non si trattasse di un fenomeno di semplice criminalit? ? dimostrato dal fatto che si ritenne necessario l'intervento dell'esercito regio e l'emanazione di leggi speciali (la legge Pica 1863) che applicavano la legge marziale nei territori del Mezzogiorno italiano.

La ricerca storica pi? recente ha contribuito a mettere in luce gli aspetti politici che motivarono la resistenza delle popolazioni meridionali e le conseguenze della sua repressione - prima tra tutte la nascita della Questione meridionale - superando definitivamente il modello che ha tentato per decenni di liquidare l'insorgenza meridionale come fenomeno esclusivamente banditesco.


L'economia dell'Italia preunitaria era, in genere, caratterizzata da una situazione di svantaggio rispetto a quella di altre nazioni dell'Europa occidentale. A met? ottocento, tuttavia, in alcune regioni del paese si stava avviando un certo sviluppo industriale, sebbene con modalit? alquanto disomogenee. In Lombardia, la produzione della seta greggia aveva innescato una crescita del settore legato alla meccanizzazione dei processi produttivi. In Piemonte lo sviluppo industriale fu favorito dall'apertura dei mercati e dall'investimento pubblico sotto forma sopratutto di infrastrutture (ferrovie quindi), sotto il governo Cavour. Il Sud aveva anch'esso imboccato la strada della industrializzazione bench? la presenza di fabbriche di grande rilevanza fosse limitata ad alcune zone del casertano, della provincia di Napoli e ad alcuni impianti siderurgici in Calabria, a Mongiana e Ferdinandea. Lo Stato Borbone aveva inoltre allestito lo stabilimento metallurgico di Pietrarsa, nel napoletano, enorme insediamento industriale polifunzionale. Per proteggere queste prime industrie, soprattutto quelle del settore tessile, il governo borbonico aveva adottato una politica di tipo protezionistico, alzando una vera e propria barriera daziaria contro le importazioni di merci estere. Queste aziende per? erano frutto o di un investimento pubblico o di uno estero, al contrario di quanto avveniva al nord, dove c'era una nascente borghesia imprenditizia. Anche per ci? che riguarda il sistema infrastrutturale i due tronconi d'Italia imboccano strade diverse. Il Piemonte, come gi? detto, fa notevoli investimenti nel settore ferroviario, dotandosi di un sistema di comunicazione interno e con i paesi confinanti per facilitare i commerci. Il Regno delle Due Sicilie, invece, continua a valorizzare il trasporto via mare. In campo marittimo le regioni meridionali avevano del resto un'antica tradizione di eccellenza, dovuta anche al fatto che il Regno disponeva di uno sviluppo costiero notevolmente superiore a quello degli altri stati pre unitari e di una strategica posizione al centro del mediterraneo. La sua flotta mercantile era la terza in Europa per numero di navi e per tonnellaggio complessivo. L'esportazione dei prodotti del regno riguardava per? sopratutto non lavorati o semi-lavorati.

Dal punto di vista delle finanze pubbliche Il bilancio pubblico del Regno delle Due Sicilie non conosceva l'alto livello d'indebitamento in cui si trovava il Regno di Sardegna. La pressione fiscale risultava essere la pi? bassa d'Europa. I conti pubblici piemontesi invece erano stati gravemente provati dalla politica espansionistica adottata dal Cavour e anche dagli investimenti in infrastrutture (ferrovie, strade, canali d'irrigazione), resi necessari dalla volont? del regno sabaudo di modernizzare la propria economia ed inserirla nei circuiti commerciali continentali. L'Italia unita avr? poi, smantellata l'industria meridionale dopo l'unit?, un primo vero impulso all'industrializzazione nell'ultimo scorcio del secolo, con il governo Giolitti.
Concluso il Risorgimento, le classi dirigenti settentrionali si accorsero quasi subito di quanto il Paese appena "unito" fosse in realt? diviso al suo interno. Gli italiani erano diversi pure nel modo di parlare: l'italiano era una lingua letteraria, utilizzata solo da una ristretta minoranza della popolazione e, comunque, in ambiti molto limitati (atti pubblici, insegnamento, giornalismo e simili).

Di fronte a queste differenze, all'ostilit? manifestata da importanti forze interne quali i cattolici e alle difficolt? nei rapporti con i paesi confinanti - con l'Austria soprattutto, ma anche con la Francia - il nuovo Stato reag? adottando un modello amministrativo di tipo dirigista e autoritario, in cui le autonomie locali venivano sottoposte al rigido controllo del governo centrale.

Il programma del ministero Cavour per la verit? era impostato in maniera diversa. Nel marzo 1861 il ministro dell'Interno, Marco Minghetti infatti present? un progetto di legge che prevedeva un notevole decentramento amministrativo. Di fatto per? il progetto Minghetti non super? l'esame delle commissioni parlamentari e venne ritirato "temporaneamente" dal Consiglio dei ministri il 9 maggio successivo. In realt?, le istanze dei Federalisti - che volevano un maggiore rispetto per le specificit? locali - vennero completamente abbandonate e l'applicazione delle leggi del Regno di Sardegna venne estesa al resto d'Italia provocando il collasso del sistema economico meridionale e una crisi senza precedenti nel secolo che sfocer? nel corso forzoso della lira (1866). Il 6 giugno mor? Cavour. A ottobre il nuovo presidente del consiglio Bettino Ricasoli infatti estese a tutta Italia l'ordinamento locale piemontese, stabilito con il decreto legge Rattazzi del 1859. Lo stesso espansionismo piemontese era mirato in un primo tempo ad uno Stato comprendente le regioni dell'Italia settentrionale e non ad uno Stato Nazionale delle proporzioni della nuova Italia. L'annessione del Regno delle Due Sicilie era stato un fatto fortunoso e dovuto ad una serie di contingenze. E d'altronde il Piemonte non aveva un ordinamento giuridico-economico adeguato alla gestione di un paese di 27 milioni di abitanti con grandissime differenze culturali e strutturali al suo interno.
Anche nel Sud si svolsero i plebisciti per l'annessione, le modalit? di svolgimento furono invero vergognose: voto palese, seggi presidiati dall'esercito piemontese e dalla camorra, percentuali falsificate e forzature al voto, tanto da far dichiarare all'ambasciatore inglese "I risultati delle votazioni in Napoli e in Sicilia rappresentano appena i diciannove tra i cento votanti designati; e ci? ad onta di tutti gli artifizi e violenze usate" (Dispacci del Ministro d'Inghilterra a Napoli, Eliot, in data 16 ottobre e 10 novembre 1860).

Vennero comunque disattese le aspettative sia dei democratici sia dei repubblicani che pure avevano favorito l'unit?, ma che auspicavano un nuovo ordinamento agrario e adeguati spazi politici nella gestione del paese, il controllo dell'ordine pubblico divenne sempre pi? problematico.

Molti braccianti meridionali avevano sperato che il nuovo regime assicurasse una qualche riforma agraria. Non solo le loro aspettative andarono deluse, ma il nuovo governo introdusse la leva obbligatoria ed inaspr? le imposte, portando alla rovina milioni di persone. Lo scioglimento dell'esercito borbonico e di quello garibaldino mise poi in circolazione migliaia di soldati sbandati. Il malcontento, le difficili condizioni economiche sopravvenute, il durissimo atteggiamento delle truppe di occupazione piemontesi, suscitarono le ire della popolazione che sfociarono nella rivolta armata.

Molti scontri si erano gi? verificati in varie parti del meridione fin dalla fine del 1860, particolarmente aspri intorno alla cittadella borbonica di Civitella del Tronto. In aprile scoppi? una rivolta popolare in Basilicata. Nel corso dell'estate, in molte regioni dell'interno bande di ribelli, formate in gran parte da contadini, ex soldati borbonici, ex garibaldini delusi e persino da preti, diedero vita a forme di guerriglia violentissima, impegnando le forze piemontesi e battendole ripetutamente. In molti centri del sud fu rialzata la bandiera borbonica. Il Governo rispose in maniera spietata, ordinando esecuzioni sommarie anche di civili e l'incendio di interi paesi. Il luogotenente di Napoli, Gustavo Ponza di San Martino, che aveva tentato nei mesi precedenti una pacificazione, venne sostituito dal generale Enrico Cialdini, che ricevette dal governo centrale pieni poteri per fronteggiare la situazione e reprimere la rivolta.

Nel 1860-61 le truppe presenti nel sud ammontavano a 22 000 unit?, l'inasprirsi della guerra richiese l'invio di rinforzi. I soldati raggiunsero quota 55.000 a fine 1861, diventarono 105 000 nel 1862 ed arrivarono a 120 000 negli anni successivi.

Fu una vera e propria guerra civile, combattuta con ferocia da entrambe le parti e di cui fece le maggiori spese come sempre la popolazione civile: una triste situazione che si ripet? continuamente per tutta la durata della guerra civile era il saccheggio di un paese da parte delle bande di ribelli, seguito dall'intervento dell'esercito alla ricerca di collaborazionisti, che comportava sistematicamente un secondo saccheggio, la distruzione degli edifici che venivano dati alle fiamme, esecuzioni sommarie e spesso la dispersione dei sopravvissuti.
Il brigantaggio, cos? come espresso durante la guerra civile, fu sconfitto militarmente e dimenticato politicamente in pochi anni. Ma la massa contadina aveva dato vita ad una nuova forma di resistenza al dominio sabaudo, strutturata attorno ad alleanze di clan familiari impegnati alla reciproca assistenza, chiamati collettivamente mafia. Sebbene il termine fosse anteriore all'Unit?, e bench? gi? da prima agissero gruppi violenti dediti allo sfruttamento dei coltivatori giornalieri, fu solo durante e dopo il brigantaggio che la mafia nella sua forma attuale prese vita. I clan mafiosi di oggi sono i diretti discendenti di certe bande di briganti che, con diverse provenienze geografiche e intenti politici, finirono ben presto con integrarsi in organizzazioni ed alleanze pi? grandi e con abbandonare la resistenza armata in favore di attivit? pi? lucrative: il crimine privato e pubblico.

Questa specie di standardizzazione delle attivit? port? alla creazione, nella seconda met? dell'Ottocento, di federazioni di famiglie organizzate su base regionale, che sarebbero poi diventate: Cosa Nostra in Sicilia, la Camorra in Campania, e la 'Ndrangheta in Calabria, dalla quale nacque, molto pi? tardi, il gruppo dei Basilischi centrati sulla Basilicata. Furono i clan formati da italiani espatriati negli Stati Uniti, attraverso i film che ispirarono ai produttori di Hollywood, che diffusero nel mondo intero il termine "mafia" come sinonimo di "crimine organizzato".
Copyright?: BOBMARLEYMAGAZINE FORUM http://www.bobmarleymagazine.com/forum_bmwm/showthread.php?t=58121

Con gli anni, oltre a crearsi un equilibrio sulla competenza territoriale di gruppi e famiglie, si instaur? anche un modus vivendi, che ricalcava e ricalca il despotismo feudale. Il "guardapiazza", letteralmente "colui che difende il territorio", cio? il capo patriarcale di un clan, impone con le armi il suo dominio su di un gruppo, ed il dominio di tale gruppo su una zona, e poi fornisce agli abitanti del territorio, in cambio di fedelt? e sottomissione, protezione da altri gruppi rivali. All'interno del suo feudo amministra giustizia, riscuote tributi, elimina ogni minaccia interna o esterna, assicura per lui e il suo cerchio di fedeli le migliori risorse.

In quanto centro di potere, un clan mafioso entra automaticamente in conflitto e competizione con qualunque stato che lo ospiti, sfidando apertamente il monopolio statale dell'uso legittimo della forza.

I diversi gruppi mafiosi rinunciarono ad attaccare le truppe regolari, e questo consent? la loro sopravvivenza nei primi decenni dopo la conquista del sud. Poi continuarono ad impiantarsi profondamente nel tessuto sociale, profittando della latitanza dello stato civile, che lasci? la zona priva d'istruzione, collegamenti e cibo. In seguito, dal novecento in avanti, incominciarono ad arrivare crescenti flussi di capitali che, attraverso la spesa pubblica, si riversarono nel meridione, e le organizzazioni criminali furono le prime a beneficiare di tali risorse. Le attivit? mafiose ebbero come principale conseguenza il sabotaggio di ogni possibile sviluppo commerciale, rendendo impraticabili le strade, pericolosi gli scambi e inoperanti i meccanismi di domanda - offerta.

Le varie leggi che cercarono di istituire una, seppur minima, istruzione gratuita ed obbligatoria, trovarono un'applicazione difficile soprattutto al sud. L'onere di mantenere le scuole elementari, infatti, incombeva ai comuni, con la conseguenza che molte amministrazioni meridionali non riuscivano ad affrontare le spese necessarie. Bisogner? aspettare il fascismo per assistere ad un'istruzione di base, il secondo dopoguerra per un'istruzione di massa, e la televisione per assistere all'utilizzo dell'italiano in sostituzione dei vari dialetti.

Solamente a partire dall'epoca giolittiana il governo centrale fece prova di un primo e tentennante interessamento verso il meridione. Bench? non abbia ridotto la povert? o l'emigrazione, nei primi anni del novecento si dot? il sud di amministrazioni pubbliche analoghe a quelle del nord, cosa che port? all'assunzione di un certo numero di impiegati statali. La cosa si accompagn? alla corruzione e al nepotismo che ancora oggi contraddistinguono l'Italia, ma si tratt? pur sempre di una costante, bench? modesta, somma di denaro che la fiscalit? nazionale rimetteva in circolo al sud.

La Prima Guerra Mondiale vide l'Italia combattere contro l'Austria-Ungheria. Sebbene il conflitto avesse prosciugato le risorse di tutto il paese, il meridione, come al solito, ne risent? maggiormente il peso. Il relativo sviluppo del nord, fondato sull'industria, venne favorito dalle commesse belliche, mentre al sud, ad esclusiva vocazione agricola, il richiamo alle armi dei giovani lasci? nell'incuria i campi, privando le loro famiglie di ogni sostentamento. A guerra finita, poi, fu la borghesia imprenditoriale del nord a profittare dell'allargamento dei mercati e delle riparazioni di guerra.

Il fascismo ebbe un ruolo molto importante nelle vicende del Mezzogiorno. Lo stato fascista, ansioso di allargare il proprio consenso e interessato ad una crescita economica che sostenesse la sua politica espansionista, prese seriamente in carico il problema dello sviluppo del meridione.

Attraverso vari organismi quali l'I.R.I. (Istituto per la Ricostruzione Industriale) e l'I.M.I. (Istituto Mobiliare Italiano), il governo promosse numerose opere pubbliche che dotarono di infrastrutture le aree pi? depresse del paese, diedero lavoro a numerose persone, e favorirono commerci ed investimenti. Vennero migliorati i porti (come a Napoli e Taranto), costruite strade e ferrovie (tra cui il tratto marittimo adriatico, iniziato sotto i Borboni ed abbandonato per quasi un secolo), furono bonificate paludi e acquitrini (prime fra tutte le Paludi Pontine, dove fu fondata Littoria, poi ribattezzata Latina), creati canali e acquedotti (come quello del Tavoliere Pugliese), razionalizzate e meccanizzate certe colture (come quelle dell'uva e delle olive in Sicilia). Dopo la crisi di Wall Street, quando tutti gli stati occidentali incominciarono ad intervenire pesantemente nell'economia, il fascismo aument? ulteriormente il suo impegno economico nel meridione: venne finanziata la creazione di industrie, lo stesso stato ne fond? diverse (soprattutto belliche), vennero acquistati macchinari agricoli per meccanizzare l'agricoltura, l'impiego pubblico raddoppi? i propri salariati.

La politica bellica e coloniale ai danni di Africa, Albania e Spagna portarono alla conquista di nuovi mercati ma soprattutto di nuove terre, cosa che permise di indirizzare verso rotte migratorie utili alle finanze del regno l'enorme massa di emigranti che ogni anno lasciava l'Italia, la crescita dell'esercito forn? un'occupazione a molti giovani, e le rimesse di coloni e soldati diedero un mezzo di sussistenza alle rispettive famiglie.

Il fascismo fu anche l'unico governo italiano che cerc? seriamente di sradicare la mafia. Benito Mussolini mal tollerava altri centri di potere all'infuori della propria persona, e cos? diede guerra senza quartiere alla malavita organizzata, spesso guidando personalmente le operazioni. Per farlo si serv? di metodi gi? noti: tortura, esecuzioni di massa, leggi speciali. Celebre fu la nomina di Cesare Mori, che venne poi chiamato "Prefetto di ferro" per i suoi metodi brutali, al posto di prefetto di Palermo con poteri straordinari su tutta l'isola. Tuttavia la mafia non fu sradicata, e questo conflitto la port? ad allearsi agli anglo-americani durante la Seconda Guerra Mondiale.

La Seconda Guerra Mondiale, esattamente come la Prima, sfavor? pi? il sud che il nord. Ma questa volta le disparit? che ne risultarono, pi? che economiche, furono di carattere politico. Nel 1943 gli alleati stavano preparando lo sbarco in Sicilia per invadere l'Italia, e, tramite i clan operanti negli Stati Uniti, trovarono un'alleata nella mafia, che si offr? di fornire informazioni strategiche e legittimazione morale agli invasori in cambio del controllo civile del sud Italia. Il comando alleato accett?, e cos? le zone via via conquistate da questi passarono sotto il controllo dei vari clan mafiosi, che approfittarono della fase per consolidare, anche militarmente, il loro potere. Al crollo dell'apparato repressivo statale consegu? il ritorno del problema del banditismo, soprattutto in Sicilia, dove certi suoi esponenti si collegarono ai movimenti politici indipendentisti, che chiedevano l'indipendenza dell'isola o l'annessione come 49? stato agli Stati Uniti.
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Il governo provvisorio decise di non reprimere il movimento, che peraltro non aveva contenuti o rivendicazioni sociali, ma di corromperlo. Grosse quote del piano Marshall furono dirottate verso le zone in fermento, e la protesta venne privata dell'interessamento attivo della popolazione. I capi banda vennero pagati per deporre le armi, e, attraverso manovre politiche complesse, si convinsero alcune delle bande rimaste, pagandole, a compiere attentati contro la popolazione civile, che fin? per isolare i gruppi armati. Parallelamente si scaten? una campagna stampa denigratoria nei confronti degli insorti. Per finire la nuova costituzione repubblicana concesse una certa autonomia alla Sicilia, cosa che priv? gli ultimi ribelli di ogni legittimazione politica. Le poche bande rimaste vennero individuate ed eliminate nell'indifferenza della popolazione. Come ottant'anni prima, per?, la mafia aveva gi? preso le distanze dai gruppi armati, ritornando in clandestinit? e confondendosi fra la popolazione. Parte integrante di questa strategia ? la collaborazione della gente ordinaria, particolarmente attraverso l'omert?, ovvero il fatto di ostacolare la forza pubblica nascondendo o tacendo informazioni sensibili.

Dopo la guerra la mafia acquist? un enorme potere nell'Italia meridionale, particolarmente in Sicilia.

A varie riprese il governo italiano destin? fondi allo sviluppo del Mezzogiorno, e creando pure un istituto finanziario chiamato Cassa del Mezzogiorno per gestirne i flussi. La mafia dal canto suo invest? i propri proventi in attivit? legali. Ma tali movimenti finirono, rispettivamente, a dirottare denaro pubblico e a riciclare i proventi di crimini, e non a finanziare imprese produttive. Nel migliore dei casi gli investimenti statali vennero utilizzati male, e servirono a creare industrie pubbliche sovradimensionate, in aree mal servite dalle infrastrutture, con una sede dirigenziale situata spesso lontano dagli impianti di produzione.

Certi gruppi privati furono incitati tramite sovvenzioni pubbliche a stabilirsi nel sud, ma tali scelte si rivelarono antieconomiche, e gran parte di questi esperimenti industriali fallirono in breve tempo. Le aziende facevano ricorso a prassi clientelari nelle assunzioni, e non venne mai messa nessuna enfasi sulla produttivit? o sul valore aggiunto dalle attivit? imprenditoriali.

Queste pratiche corporative ebbero come conseguenza la profonda alterazione delle leggi di mercato e l'aborto di ogni possibile sviluppo economico delle aree depresse del paese. I capitali privati, italiani come stranieri, evitavano il Mezzogiorno, considerando che ogni investimento effettuato in chiave produttiva fosse destinato alla perdita a causa di tali pratiche. Bench? oggigiorno la situazione sia sensibilmente diversa, atteggiamenti clientelari e nepotisti perdurano ancora.

Quando il governo si ritrov? a prendere provvedimenti legislativi o a negoziare accordi internazionali in ambito economico, l'attenzione si diresse, ancora, alle industrie del nord. Per esempio, quando negli anni '40 e '50 emigranti italiani, soprattutto meridionali, incominciarono a raggiungere massivamente le miniere carbonifere del Belgio, il governo italiano chiese e ottenne da quello belga una tonnellata di carbone all'anno per ogni lavoratore espatriato, questo approvvigionamento non benefici? le regioni d'origine dei minatori emigrati, essendo destinato alle fabbriche prevalentemente ubicate nelle aree settentrionali della nazione.

Negli anni '60 e '70 le aree industrializzate vissero un periodo di sviluppo economico, incentrato sull'esportazione di prodotti finiti, chiamato miracolo “italiano”. Il fenomeno attir? manodopera dal Mezzogiorno, e la disparit? dei due livelli di vita divent? evidente e largamente discussa. In reazione, gli emigranti inviarono rimesse alle loro famiglie rimaste nel sud, e lo stato dedic? importanti risorse allo sviluppo dei servizi essenziali, ma queste risorse non erano in grado di essere reinvestite in circoli produttivi, e rinforzarono al contrario i meccanismi di quello che diventer? noto col termine dispregiativo di assistenzialismo: un innalzamento limitato delle condizioni di vita attraverso sussidi esterni, tale da aumentare le attese della popolazione e necessitante di continui finanziamenti per restare in funzione.

A partire dagli anni '80 l'organo giudiziario cerc? un altro compito, e si focalizz? sulla criminalit? organizzata. Evoluzioni sociali come l'individualismo e la spettacolarizzazione della vita pubblica contribuirono a creare condizioni tali per cui il sistema di potere utilizzato dalla classe dirigente incominci? a rivelare delle crepe. Varie leggi rinforzarono la lotta contro la corruzione e la criminalit?: una che confermava la separazione del potere giudiziario da quello esecutivo, un'altra che istituiva sconti di pena e altri vantaggi agli accusati che collaborano con le indagini in corso, ed infine una che individuava nell'appartenenza ad un'associazione mafiosa un reato pi? grave rispetto alla semplice associazione per delinquere. Tutto questo permise negli anni Ottanta di arrivare ad ottenere dei primi progressi nella lotta antimafia.

Situazione attuale [modifica]
In termini assoluti la situazione economica del meridione ? indubbiamente migliorata negli ultimi sessant'anni; in termini relativi, per?, il divario con il nord ? drasticamente aumentato. Anche inglobato nell'Unione Europea, difficilmente il Mezzogiorno potr? conoscere uno sviluppo economico in tempi brevi.

Ancora oggi vari problemi strutturali ipotecano le sue possibilit? di progresso economico: la carenza d'infrastrutture, la dimensione troppo piccola delle imprese e una loro scarsa internazionalizzazione, la presenza di un sistema bancario poco efficiente, i ritardi di una pubblica amministrazione spesso pletorica, l'emigrazione di tanti giovani che non trovano un lavoro adeguato al loro livello culturale e alle loro aspettative, l'incapacit? di sfruttare le risorse ambientali e paesaggistiche, l'infiltrazione nell'economia sana della malavita organizzata.
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Old 26-05-09   #36
fabio
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Re: RASTA MARLEY Le radici del Reggae IL NUOVO LIBRO

scusate ma il mio "romanzo" ? solo una parentesi in questo topic che invece deve parlare del grande Bob Marley.. ? solo per capire una parte delle problematiche che affliggono l'Italia..per ricollegarmi in parte al discorso di Maurizio..IL NOSTRO ? UN PESSIMO PAESE.. (nn ho altro da aggungere).
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bestjamaica
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Re: RASTA MARLEY Le radici del Reggae IL NUOVO LIBRO

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scusate ma il mio "romanzo" ? solo una parentesi in questo topic che invece deve parlare del grande Bob Marley.. ? solo per capire una parte delle problematiche che affliggono l'Italia..per ricollegarmi in parte al discorso di Maurizio..IL NOSTRO ? UN PESSIMO PAESE.. (nn ho altro da aggungere).

alla faccia della parentesi......
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Old 26-05-09   #38
maurizio
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Re: RASTA MARLEY Le radici del Reggae IL NUOVO LIBRO

devo ancora leggere la parentesi....
come mai in altri paesi l'unit? non ha prodotto la meeerda che c'? qui??
non ? questione di unit? ? questione di onest?!
siamo l'unico paese al mondo dove la mafia governa su pi? di met? del territorio da 300 anni!

all'unit? si preferisce forse una bella serie di guerre??
maurizio no está en línea   Reply With Quote


Old 26-05-09   #39
bestjamaica
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Re: RASTA MARLEY Le radici del Reggae IL NUOVO LIBRO

Quote:
..per ricollegarmi in parte al discorso di Maurizio..IL NOSTRO ? UN PESSIMO PAESE.. (nn ho altro da aggungere).
e si... siamo ridotti proprio male... ecco perche non mi chiamo "bestitalia"...
__________________
NadJah

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Old 26-05-09   #40
maurizio
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Re: RASTA MARLEY Le radici del Reggae IL NUOVO LIBRO

Quote:
Originally Posted by bestjamaica View Post
e si... siamo ridotti proprio male... ecco perche non mi chiamo "bestitalia"...
ti chiameresti cos? se bob fosse nato qui!
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del , libro , marley , radici , rasta , reggae , words


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